Un progetto del corso di Sociologia dei Processi Culturali smonta lo stigma con i dati: la piazza divide, ma la speranza vince sulla paura.
Data
24 luglio 2026
Un progetto del corso di Sociologia dei Processi Culturali smonta lo stigma con i dati: la piazza divide, ma la speranza vince sulla paura.
Piazza del Carmine è una delle piazze più amate e più discusse di Cagliari. Da un lato la cronaca la racconta come un luogo di degrado; dall'altro, chi la vive ogni giorno la ricorda come cuore pulsante del quartiere. Chi ha ragione?
A questa domanda hanno provato a rispondere due studentesse del Triennio in Interior Design IED Cagliari, Antonella Caria e Manuela Lonis, con un progetto di ricerca sul campo sviluppato nell'ambito del corso di Sociologia dei Processi Culturali, guidato dalla docente Giulia Grechi. Il risultato è uno studio che applica gli strumenti della sociologia urbana per rimettere al centro la voce di chi vive lo spazio pubblico ogni giorno.
Lo studio analizza la distanza tra la narrazione mediatica di Piazza del Carmine, spesso descritta come luogo di degrado, e la percezione reale di chi la frequenta quotidianamente, raccolta attraverso un intervento etnografico partecipativo sul campo.
Le autrici del progetto hanno unito analisi mediatica (rassegna stampa e social) e approccio etnografico partecipativo: un poster A0 con la mappa della piazza, dove passanti e residenti hanno lasciato un post-it colorato in base all'emozione provata verso lo spazio.
Su 55 testimonianze raccolte, la speranza è l'emozione prevalente (36,4%), seguita da ansia/paura (27,3%) e gioia (20%). Il legame affettivo dei cagliaritani con la piazza risulta più forte dello stigma costruito dai media.
Negli ultimi mesi, servizi giornalistici nazionali hanno acceso i riflettori su Piazza del Carmine, restituendo l'immagine di un luogo "da evitare la sera". Una narrazione che, secondo lo studio, rischia di scoraggiare la frequentazione dello spazio e di alimentare una vera e propria disconnessione tra ciò che si racconta e ciò che si vive.
Il progetto si è ispirato al concetto di stigma territoriale teorizzato dal sociologo francese Loïc Wacquant, che ha analizzato come alcuni luoghi urbani vengano etichettati negativamente indipendentemente dalla realtà del quotidiano che li abita.
Per rispondere sul terreno, Caria e Lonis hanno progettato un intervento diretto in piazza, in tre fasi:
All'inizio è stato difficile. “Il muro della diffidenza” — raccontano le studentesse — ha richiesto di rompere il ghiaccio in prima persona, spiegando il progetto e invitando al confronto. Superata questa fase, il poster si è trasformato da foglio bianco a specchio delle emozioni collettive.
Le 55 testimonianze raccolte restituiscono una fotografia complessa e sorprendente:
Durante la raccolta è emersa spontaneamente anche una sesta categoria, non prevista dal codice colore iniziale: il rosa della bellezza, scelto da diversi partecipanti per descrivere il valore storico e identitario della piazza.
Il dato più significativo emerso dallo studio riguarda la natura delle richieste raccolte: non individualiste, ma comunitarie. Gli anziani chiedono spazi per i giovani, i giovani chiedono luoghi di socialità. Il problema percepito, sottolinea la ricerca, non è tanto la criminalità quanto l'assenza delle istituzioni: mancanza di illuminazione, attività e sorveglianza continuativa.
La conclusione della ricerca è netta: il legame affettivo dei cagliaritani con Piazza del Carmine è più forte dello stigma della cronaca. La cittadinanza non vuole abbandonare lo spazio: vuole riappropriarsene.
Al di là dei risultati specifici su Cagliari, il progetto di Caria e Lonis è un esempio concreto di learning by doing applicato alla sociologia urbana: uscire dall'aula, entrare nello spazio pubblico, e usare gli strumenti della ricerca sociale per decostruire un pregiudizio con i dati. Un approccio che intreccia design, ricerca sociale e impatto culturale — al centro della formazione IED.
A cura di Giulia Grechi, Docente di Sociologia dei Processi Culturali, IED Cagliari — Progetto di ricerca a cura di Antonella Caria e Manuela Lonis.