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IED Network

febbraio 12, 2021

LA FORMA È PROGETTO. E QUINDI ANCHE SOSTANZA.

Intervista a Rossella Bertolazzi

A pochi giorni dalla chiusura delle selezioni per l’ADI Design Index 2021, abbiamo intervistato Rossella Bertolazzi, Direttrice della Scuola di Arti Visive IED Milano e Premio Compasso d’Oro ADI alla Carriera.

Quali sono stati gli anni, gli eventi, gli incontri o i progetti che hanno determinato la professionista e la persona che sei oggi?
Più che di incontri, parlerei di grandi tematiche, una sorta di filo rosso che ha accompagnato la mia vita fino ad oggi: femminismo, società e ambiente. Da ragazzina impazzivo ad esempio per i film western, avrei voluto scrivere di cinema, invece ho scritto di società e ambiente per Linus e altre testate.

La possibilità di lanciare lo sguardo un po’ più lontano mi ha portato a fare molte cose nella vita, tutte apparentemente diverse, ma tutte con qualcosa in comune: la progettualità e la costante del femminismo, con la relazione con la Libreria delle donne di Milano che mi accompagna da sempre. Ho lavorato nelle redazioni di riviste di cultura materiale (La Gola), come caporedattore per Sapere, SE scienza e esperienza, IKON, Ottagono; come direttore per Cronache filmate del XX secolo, uno dei primissimi esperimenti di periodico multimediale; e poi come autrice televisiva per Mediaset, Telepiù e Rai. Tutto sempre dietro ai riflettori, tant’è che faccio fatica a trovare foto mie ufficiali; ma è il posto migliore per coltivare la capacità di ascoltare, cercare le competenze giuste, imparare a fidarsi degli altri, fare squadra. Come per esempio a fine anni Novanta, quando ero capo-progetto della trasmissione La scuola in diretta (Rai Educational), in collaborazione col Ministero della Pubblica Istruzione, fatta per promuovere le nascenti Consulte degli studenti.

In tutto ciò che ho fatto nell’ambito della Scuola di Arti Visive di IED Milano, la relazione con gli studenti e i docenti occupa un posto centrale. E la curiosità per tutto quello che è nuovo ha fatto nascere corsi inediti come Sound Design o il festival Elita, nato nel mio ufficio e per cui scelsero proprio il nome che proposi io. Non posso poi dimenticare il lavoro nella giuria della Biennale dei Giovani Artisti dell’Europa e del Mediterraneo (Bjcem), organizzando la partecipazione degli artisti lombardi selezionati e le tante mostre e collaborazioni, come quella con Mini Bmw per: “Personal Design: dall’oggetto al soggetto” alla Triennale di Milano (2003, con Studio Azzurro); la trilogia MINI Design Award su “Il Futuro della città: slow o fast? La luce” (2005), “La città su misura” (2006) e “La città che comunica” (2007) sempre alla Triennale; e la partecipazione, con i lavori degli studenti IED, al Noir in Festival di Courmayeur.
Per i 50 anni dello IED, insieme a Davide Sgalippa ho curato “La luna è una lampadina”, nel 2019. Nello stesso anno ho lavorato al volume Dialogues – Architecture Interiors Design sui 25 anni dello studio Locatelli Partners (Rizzoli International). I soci dello studio avevano lavorato con me negli anni Novanta nella redazione di Ottagono e hanno insistito perché fossi io a occuparmi del progetto.

 

 

In un’intervista, citi Hitchcock: “Per fare un film di successo non basta avere un mucchio di idee: è indispensabile presentarle con cura e avere una totale consapevolezza della forma.” È questa, per te, la progettualità?
Parlando di Hitchcock il discorso è molto più complesso e ampio. Sicuramente, se vogliamo semplificare (anche Hitchcock), la forma è progetto. E quindi anche sostanza.

Cosa significa essere una donna con uno sguardo da outsider e come si acquisisce?
Sono una donna e già questo ti dà uno sguardo diverso. Ho aderito fino dalla seconda metà degli anni ’60 al femminismo, precisamente a quel luogo storico di riferimento che è diventata appunto la Libreria delle donne di Milano.

Qual è il compito del design, in questo momento?
Mi sono innamorata del design negli anni d’oro, quando si lavorava ancora a stretto contatto con imprenditori illuminati, maestranze esperte; si cercava e si sperimentava tutti insieme. La sfida oggi è misurarsi con una realtà complessa e in continua evoluzione. Serve una creatività sostenibile, competente e responsabile. Ed è questo che cerco sempre di trasmettere alle studentesse e agli studenti IED con cui non smetto mai di confrontarmi.

Perché proprio IED?
Quando mi è stato chiesto di prendere la direzione della Scuola di Arti Visive di IED Milano avevo un contratto con RAI Educational e avrei dovuto iniziare dal dicembre seguente un contratto con l’allora Fininvest. In IED c’erano persone che conoscevo e stimavo già da diversi anni e mi avevano detto che l’impegno sarebbe stato ristretto, potendo mantenere entrambi gli incarichi. Poi mi è stato proposto un tempo pieno e a un tratto mi sono trovata di fronte a una scelta: un part time verticale in IED, che mi consentisse di continuare a lavorare per la televisione, o un impegno totale in Scuola. Benché fosse una scelta economicamente svantaggiosa, dopo averci pensato solo un attimo il lavoro con gli studenti (e tutto ciò che con loro si poteva fare) mi sono piaciuti immensamente di più di quanto potesse darmi fare l’autrice in una trasmissione televisiva nazional popolare. Ho sempre scelto quello che mi pareva più sfidante e interessante e dove pensavo di poter fare la differenza.