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Milano

dicembre 10, 2021

Dietro l’acclamata serie di Zerocalcare, con i registi e produttori

GIORGIO SCORZA E DAVIDE ROSIO, ALUMNI DI ILLUSTRAZIONE E ANIMAZIONE, SONO I REGISTI TECNICI E PRODUTTORI DELLA SERIE ITALIANA NETFLIX RIVELAZIONE DELL'ANNO. CI RACCONTANO UN PO' DEL LAVORO CON ZEROCALCARE E DEL LORO PERCORSO: DALLE AULE IED AL PRIMO VIDEO PER VAN DE SFROOS, DALL'INCONTRO CON BOZZETTO ALLA SCOPERTA DI 'POTER' FARE ANIMAZIONE

Hanno fondato Movimenti Production ben 17 anni fa, animato solo negli ultimi 2 anni quasi 3.500 minuti filmici raccogliendo ben 25 premi. E dentro portano ancora gli insegnamenti, gli aneddoti, il vissuto (compreso un pregiudizio iniziale per l’Animazione) catturati tra le aule e i laboratori di IED Milano, dove si sono diplomati nei primi anni 2000 in Illustrazione e Animazione.

Sono Giorgio Scorza e Davide Rosio, produttori e registi tecnici di Strappare lungo i bordi, la serie Netflix di Zerocalcare che si è subito posizionata, a pochissimo dall’uscita, come serie più vista in Italia (e nella cui produzione sono stati coinvolti altri 9 Alumni IED del Triennale in Illustrazione e Animazione e del Master in Animation Design).

Come siete arrivati a lavorare a questo progetto?

Giorgio: “La genesi di questa produzione è piuttosto antica: per diversi motivi di vicinanza di settore, di confini che si sovrappongono, abbiamo conosciuto Michele (Rech, aka Zerocalcare, n.d.r) qualche anno fa. Col tempo ha manifestato la volontà di iniziare a studiare Animazione, i suoi principi, i software, per provare a diventare il più possibile indipendente: ha iniziato a farlo primariamente con un nostro carissimo amico, Federico Ballarino, anch’egli proveniente dalla fucina IED, e fisiologicamente si è trovato a fare pratica presso i nostri studi, soprattutto quello di Firenze. Era divertente vedere i nostri collaboratori entrare al mattino in studio e trovare Zerocalcare alla tavoletta, pensavano che lo avessimo assunto per lavorare con noi. Abbiamo visto dunque nascere Rebibbia Quarantine e quant’altro c’è stato finora, e crescere un rapporto di reciproca stima su più piani, non solo professionale e umano, ma anche di competenza e di obiettivi.

Allo stesso modo abbiamo visto nascere ciò che poi sarebbe diventato Strappare lungo i bordi, un progetto che partiva già in modo molto ambizioso.  Per farla breve, quando è stato il momento di mettere insieme tutti i tasselli (Netflix, Zerocalcare, noi come produttori) il tetris ha funzionato inevitabilmente. Michele era già in conversazione con Netflix autonomamente; nel frattempo noi avevamo un progetto che sta andando avanti (e vedremo come andrà) di Young Adult Animation che aveva fatto il giro dagli Stati Uniti (dove lo avevamo presentato) e in UK,  ed eravamo stati segnalati anche alla sede italiana di Netflix come studio di riferimento con una inaspettata capacità creativa e produttiva. Per cui c’è stato questo perfetto matching, come spesso accade nel mondo della produzione: se tu sei noto e le tue capacità sono state verificate su più piani, l’unione viene quasi naturale. Noi parlavamo con Netflix di altro, Netflix parlava con Michele, Michele gli parlava di noi e Netflix UK diceva a Netflix Italia ‘se cercate uno studio, parlate con loro’. Alla fine parlavano tutti dello stesso soggetto, che eravamo noi”. 

Davide: “Quindi siamo riusciti a rassicurare sia Michele sia Netflix, che voleva ovviamente un partner produttivo solido e in grado di realizzare un prodotto di grande qualità. È stato molto  divertente vedere la reazione degli artisti del team, sia di Milano, sia di Firenze quando abbiamo annunciato che si faceva il progetto, perché Michele ha davvero un sacco di appassionati delle sue opere, anche tra i tecnici, soprattutto del mondo dell’audiovisivo. Alla serie hanno lavorato circa 200 persone tra tutte le aree, e hanno dato tutti il 200 per cento su un progetto del genere”.

Il vostro ruolo, in concreto, è stato duplice..

Giorgio: “Si. Il primo, quello di produttori, va inteso sia in senso artistico – dare il taglio, l’impostazione generale del progetto, l’estetica e la sua sostanza – sia esecutivo, inteso come finalizzazione dei budget, relazioni con la piattaforma, contrattualistica, eccetera. La parte più interessante è sicuramente quella creativa e da questo punto di vista abbiamo innanzitutto impostato dei team di artisti che ritenevamo fossero le giuste squadre per poter reggere l’urto di una produzione di questo tipo, sia come singole competenze sia in termini di numerica. Tutto questo è accaduto in piena pandemia, in quel semi-lockdown che stavamo vivendo lo scorso autunno/inverno, pertanto bisognava veramente avere dei flussi di lavoro lineari”.

Dal punto di vista della regia tecnica, invece?

Giorgio: Si è trattato innanzitutto di recepire le sceneggiature di Michele e ciò che si immaginava, e mettere poi insieme l’opera con gli storyboardisti e con il reparto di art direction: mettere in scena, raccontare, dare i tempi, i rallentamenti, le accelerazioni, decidere dove stesse la camera, come recitassero i personaggi, come risolvere artisticamente, esteticamente e narrativamente alcuni passaggi. C’erano inoltre le citazioni da gestire, dai personaggi storici (che abbiamo deciso di trattare in una certa maniera grafica) a quelle dei film, dei libri e dei video games. E poi c’era il colore da creare, perché Michele non lo usa, e quindi la necessità di lavorare su una tavolozza cromatica e sulla restituzione della tavola fumetto. Tutte queste decisioni erano in capo a noi in termini di proposta. Michele, non avendo queste competenze ci diceva ‘io mi fido, perché ho capito che avete intuito quello che voglio rappresentare, ma aspetto di vedere il risultato’.

Una grande responsabilità insomma… come è stato rapportarsi con Zerocalcare?

Davide: “Lui non conosce e non ha mai avuto un’esperienza così completa in una produzione. Quindi il nostro ruolo era anche quello di fargli capire su cosa era meglio che si concentrasse lui stesso e ciò su cui sarebbero arrivate le nostre proposte, come sul colore ad esempio. Michele è uno molto onesto e sincero, ‘io di questa cosa non capisco niente’, diceva (non lo so ripetere come lui, perché sicuramente era più colorito), quindi fate voi, fatemi delle proposte’. Dopo un primo inizio, in cui ci siamo dovuti un po’ settare, è arrivato poi a fidarsi abbastanza delle nostre opinioni e di alcune scelte che sappiamo vanno poi ad impattare nelle fasi successive. Lui si è posto in maniera davvero incredibile chiedendo a noi ‘diteme che devo fa’, se devo fare tutti i frame, tutte le scenografie’. Sono sicuro che dopo questa esperienza produttiva, avrebbe una consapevolezza diversa su un eventuale progetto futuro.

Come vi siete suddivisi il lavoro in quanto coppia creativa?

Giorgio: “Tutto questo lo facciamo sempre insieme, ma poi c’è stato un momento in cui fisiologicamente bisognava finalizzare il doppiaggio, la post produzione e supervisionare l’animazione e in questo ci siamo un po’ divisi i compiti, anche se poi ci scambiavamo spesso il testimone per ovvi motivi, anche per essere certi di essere tutti e due allineati su quanto stabilito per la serie. Davide ha seguito soprattutto i brief di animazione, spesso in remoto. Io invece ho fatto tutta la parte di coaching del doppiaggio e poi in sala, con Michele (Zerocalcare doppiava se stesso e tutti i personaggi della serie, tranne l’Armadillo n.d.r.) e Valerio Mastandrea”.

Doppiaggio e colore hanno avuto un ruolo fondamentale nella resa finale: come è andata?

Giorgio: “Mastandrea è un grande artista ma non un doppiatore, è stato determinante che io assumessi la (non) direzione del doppiaggio per mantenere la spontaneità, con un testo del genere era necessario sposare una linea espressiva ‘punk’. Abbiamo registrato le voci definitive prima di andare in animazione, proprio per fornire agli animatori tutte le intenzioni, le caratteristiche, le peculiarità dell’interpretazione di Michele e di Valerio e dell’interazione tra Armadillo e Zerocalcare. Spesso facevamo anche delle riprese brutali mentre loro parlavano, col telefono, per avere delle reference da questo punto di vista. Poi c’è stata tutta la color correction finale, quell’amalgama da dare in post produzione per rendere i colori acidi, ‘marci’ che appartengono a Michele, ma con un gusto che mirasse all’internazionalità”.

Momenti di “insicurezza” ce ne sono stati?

Giorgio: “Diciamo che tante cose, anche per i mesi che avevamo a disposizione, le abbiamo dovute decidere in poco tempo, anche con punte di ‘decisionismo brutale’… Dovendo risolvere ogni giorno veramente il classico macigno o iceberg che non sembra grande ma che sotto nasconde l’epic fail, senza l’esperienza di tante serie alle spalle non saremmo riusciti a portare a casa Strappare lungo i bordi in così poco tempo”.

Avete fondato Movimenti Production subito dopo il diploma: come è nata?
Davide: Inizialmente abbiamo creato lo Studio un po’ per esigenza. Perché eravamo due aspiranti registi animatori che volevano lavorare in questo mondo, ma poi non era così facile trovare l’opportunità per farlo. Non c’erano grandi produzioni dove poter esprimersi. Per cui ci siamo detti ‘ci proviamo noi’: ci siamo messi con la nostra valigetta a cercare lavori e ricordo che il primo che abbiamo portato a casa fu un videoclip per Davide Van De Sfroos.

Giorgio: “Prima di questo avevamo iniziato a fare dei corti, privi di scopi di marketing, senza il minimo senso del business ma che per paradosso furono notati parecchio. Innanzitutto la tesi di diploma che ho fatto in IED è andata in concorso ad Annency e ha vinto il Festival di Poitiers, che all’epoca era innovativo poiché considerava tutte le scuole del mondo, e noi avevamo vinto nella categoria Nuovi Media. In quell’epoca (che era primitiva, paleozoico) il fatto che noi lavorassimo in digitale interamente e internet iniziasse ad entrare nel percepito delle persone era particolarmente potente come notizia, era un po’ una novità. Da lì, corti, micro-videoclip senza budget e poi quel videoclip per Van De Sfroos che ci ha reso un po’ più visibili, in quanto premiato e perché era stato creato tutto in full animation, ma con la tavoletta grafica. A seguire, le cose hanno iniziato a prendere piede, soprattutto con tanto advertising. Quindi poi abbiamo fondato Movimenti come azienda vera e propria e creato un primo zoccolo duro di collaboratori proprio per riuscire a fare più cose in contemporanea, a gestire direttamente le regie e le direzioni artistiche

Torniamo per un attimo agli anni di studio..

Giorgio: “In IED ho fatto come Davide Illustrazione e poi all’ultimo anno ho scelto il percorso in Animazione, che non amavo per niente. Avevo un pregiudizio clamoroso sull’Animazione. Amavo il cinema in maniera viscerale ma non l’Animazione. Poi ho scoperto che mi veniva abbastanza bene, e soprattutto c’è stato l’incontro con Bruno Bozzetto, che prima ha tenuto una masterclass e poi ho scoperto sarebbe diventato docente di tesi. Da lì in poi ho capito che quello sarebbe stato il mio lavoro. Perché la sua schiettezza, il suo genio, la sua capacità di non essere, come dire, ‘allineato’ mi hanno profondamente ispirato. Tra l’altro, durante la tesi ho conosciuto Davide che era assistente di tesi. Da lì in poi saremmo diventati entrambi docenti. E abbiamo capito che avremmo potuto fare davvero quel lavoro”.

Qualcosa in particolare che vi portate dietro dal percorso in IED?

Davide: “Innanzitutto alcuni docenti, che dopo ci hanno fatto anche da mentori permettendoci di entrare in certi meccanismi produttivi, fare il primo passo come professionisti in questo mondo. Ad esempio Giuseppe Laganà, con cui abbiamo fatto delle lavorazioni e seguito l’animazione per una serie da lui diretta. O Mario Addis e appunto Bruno Bozzetto…”.

Giorgio: “Io e Davide ci siamo conosciuti in IED, e non è una banalità. Diverse persone che poi sono diventate collaboratori storici, sia in quella fase, sia quando siamo diventati docenti, provenivano da IED e in questo senso credo che fosse una fucina automatica da cui attingere. Sottolineo che alcuni docenti che non c’entravano per niente col nostro lavoro mi hanno ispirato profondamente. Ricordo il corso di Illustrazione di Santosuosso: era completamente cupo, lugubre e andava a scavare nella profondità dell’ animo; c’entrava poco con i cartoni animati kids che abbiamo fatto, ma mi ha permesso di capire che illustrare è avere il coraggio di esprimere se stessi. Ricordo anche il corso di fumetto di Massimo Giacon, che poi nel frattempo è diventato anche collega e amico: ci insegnava a guardare al disegno come modo di esprimersi e per il quale è necessario conoscere il mondo, per poi rielaborarlo. Ricordo i grandi film visti, le proiezioni di Miyazaki, di videoclip anni ’70/’80 dei DEVO, di Spike Jonze. E lì capivo la differenza tra disegnare e fare l’illustratore, tra fare una fotografia ed essere un fotografo, comprendevo che se ti rimbocchi le maniche e ti dai da fare e apri la testa, la tua vita può cambiare e puoi seguire la tua vocazione professionale”.

Davide: “Aggiungerei anche il docente Adelchi Galloni, che sapeva versare una tazzina da caffè su un foglio 50×70 e farlo diventare un’illustrazione con una maestria incredibile. E lui consigliava di visitare mostre e musei, essere spugne su tutto quello che succedeva artisticamente a Milano già allora”. 

Insomma, la scuola ha dato il via a un cambio di mentalità…

Giorgio: “Ecco, oltre alla parte formativa, è stata la mentalità per me determinante. Capire che uno storyboardista è una persona che ha la curiosità, che guarda in giro, che guarda altri film, che guarda altre espressioni artistiche, che si confronta con la realtà, che va a guardarsi la natura per capire perché quell’equilibrio formale che è già dato (non creato dalla mano dell’uomo) ci riesce ad ispirare e riempire in ogni caso. Se non ci metti dentro tutti questi elementi, rischi di essere un operaio: ti perderai tutto il piacere, anche la difficoltà emotiva a volte, però soprattutto il piacere di questo lavoro”.

Cosa “leggete” nei nuovi talenti che escono oggi dalla vostra ex scuola?

Davide: “Lo IED ha il vantaggio di immergerti in un ambiente creativo a 360 gradi, dove hai anche moda, gioiello e tutte le altre aree di competenza del Design, si respira creatività. Quindi tendenzialmente i ragazzi che escono da IED magari sono più deboli sotto alcuni aspetti tecnici, ma hanno una libertà mentale diversa, che è fondamentale, soprattutto su alcuni ruoli. Se poi sono di talento, nasce qualcosa di davvero interessante.

Giorgio: “Quando entri in una scuola vocazionale come questa lo scopo deve essere dare tutto quello che hai e imparare tutto quello che puoi. Se vivi la scuola come un ente e non come il tuo banco di prova e la tua bottega d’artigiano per imparare il mestiere, non ti servirà a niente, uscirai esattamente uguale alla persona che eri prima. Se invece sfrutti la scuola, proprio come sede di incontro di creatività e finestra su quello che è  il vero mondo del lavoro, puoi fare in due, tre anni dei passi epocali. Veramente passare dall’essere un ragazzino ad essere un adulto”.

Quindi, cosa consigliereste a chi vuole fare il vostro lavoro (e che potrebbe magari lavorare con Movimenti Production?)

Giorgio: “L’autodisciplina è determinante. Il talento non basta, è un requisito essenziale e più ne hai meglio è per te, ma quello non è merito tuo. Tutto il resto te lo devi guadagnare. Nella disciplina va inclusa la curiosità di guardare e imparare e ‘rubare’ a piene mani dagli altri, assorbire più che si può. Non è una vergogna. Poi lo spirito critico: togliersi dalla dimensione di fan (senza perdere la gioia di goderti un regista o un autore che ti emoziona, altrimenti diventi cinico) e analizzare perché qualcosa non funziona, o perché è così bello, perché attira le persone, mettersi dalla parte di colui che fa e non solo di colui che fruisce. Chiederti perché Tim Burton e Wes Anderson, ad esempio, sono geni, e non solo affermarlo. Se rimani un fan anche nel lavoro, sarai sempre una figura non a fuoco e non riuscirai mai a proporti davvero sul mercato, sarai un wannabe per tutta la vita professionale. Il che ti logora. Non è tanto la questione di dove arrivare, ognuno ha i suoi obiettivi, è proprio una questione di appagamento, la sensazione di costruire un percorso, cioè di riuscire a fare piccoli passi. Noi abbiamo fatto le nostre notti a imparare ad animare, a studiare. Ricordo che una delle prime cose che facevo era desumere gli storyboard: vedevo qualche cartone animato che mi faceva impazzire, bloccavo la videocassetta o il DVD e ridisegnavo quel frame come se fosse uno storyboard. Perché solo così ti rendi conto perché quella scena è drammatica, come hanno usato le linee, i colori, i tempi. Godetevi questa arte: se lo farete, in automatico si aprirà un percorso professionale vicino a voi”.

Davide: “Il nostro lavoro è anche quello di creare le condizioni per cui un ragazzo che esce da scuola, un talento, riesca a fare bene il proprio lavoro tutti i giorni, per tutto l’anno: concentrarsi e crescere in ciò che si è scelto di fare, senza disperdere energie perché non si ha occasione di lavorare o perché si deve cambiare produzione o andare all’estero (fattori che in altre generazioni hanno portato i giovani a non svilupparsi artisticamente). E’ importante inoltre avere una certa consapevolezza dei propri punti di forza e di quello che si vuole fare, di ciò che ti divertirà nel lavoro. Perché poi sarà un lavoro appassionante, proprio quello che uno vuol fare fin da piccolo, che ‘scorge’ già guardando un making of… magari proprio quello di un film di Zerocalcare”.